il futuro del politico…

«Non lavoro per un futuro da politico». Così Padoa Schioppa ieri, a Cortina, durante la presentazione del suo libro “Italia, un’ambizione timida”.
In effetti, vista l’aria che tira, più che ad un futuro da politico il ministro dell’Economia, giustamente, lavora solo per garantirsi un futuro…

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l’onorevole festino…

cosimomele.jpgEra lui: Cosimo Mele, 50 anni, una moglie e tre figli, cattolico brindisino eletto a Brindisi nelle liste dell’UDC. Ma la droga – precisa lui – non l’ha mai vista. Anzi, vi dirò di più, non aveva visto nemmeno le due puttane in camera. Per lui quelle erano due signore coi tacchi a spillo: due crocerossine pronte ad alleviare le sofferenze provocate da una serata di intenso lavoro (una giornata estenuante, quella di venerdì scorso: duecento votazioni, le dichiarazioni di voto… ) protrattasi fino a notte fonda.
Non sono un moralista; per me, ogni essere (senziente e adulto) è libero di fare quello che più gli piace; tanto più che la crocerossina coi tacchi a spillo (quella che s’è sentita male) ha anche dichiarato che il cliente era uno che pagava quanto pattuito senza fiatare. Un “evviva!” all’onorevole: almeno non ha tentato di far valere la sua autorità per averla gratis!
Questa squallida vicenda, consumatasi, per puro caso, nell’albergo simbolo della Dolce Vita (l’hotel Flora in via Veneto a Roma) è una vicenda dai tratti foschi ed ipocrita. Ed è, sopratutto, una vicenda che, per svariati aspetti, mi fa incazzare.
Innanzitutto mi fanno incazzare tutte le storture ipocrite (quelle prodotte dai paladini della Famiglia, di Dio e della Chiesa) che, inevitabilmente, tornano alla mente. A rincarare la dose – se ce ne fosse bisogno – ci sono, poi, le frecciatine (avvelenate) lanciate, subito, dai colleghi di partito dell’onorevole, pronti a mandarlo al martirio pur di scrostarsi di dosso, il prima possibile, il letame che, inevitabilmente, è schizzato in seguito al fattaccio. Ma soprattutto, a farmi incazzare maggiormente, sono le dichiarazioni (false e) ipocrite rilasciate dall’onorevole stesso: «No, non sapevo fosse una prostituta». Ma mi faccia il piacere! Caro onorevole Mele, se lei ha deciso di dimettersi lo faccia, vivaddio, a testa alta. Ammetta la debolezza e finiamola qui.
Già, le dimissioni… è probabile (molto probabile) che, dopo il caso del Senatore di Ambulanza Nazionale, ci ritroveremo dinnanzi ad un nuovo corso che definirei del «Figliol prodigo»: l’accoglimento e poi il perdono. Probabile che il neo-forzista Selva (ebbene si: ha lasciato An per andare ad arricchire la già folta selva di malfattori di Forza Italia) faccia scuola: a Settembre, l’onorevole Mele potrebbe stupirci con dichiarazioni arzigogolate che “lo costringerebbero” a revocare le dimissioni. All’orizzonte, insomma, con molta probabilità, si profila l’ennesima puttanata. Staremo a vedere.

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All By Myself

When I was young
I never needed anyone..
.

…tutto qui.
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brave persone…

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«Carabinieri di m… Non mi rompete i c… Invece di arrestare ladri controllate brave persone». Così diceva Corona, a marzo di quest’anno, dopo che i carabinieri lo avevano fermato per un controllo.
Ieri gli è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio: quella brava persona di Corona è accusato di concorso in estorsione

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Gli inciuci all’italiana…

forleo.jpgI presidenti delle due Camere hanno ricevuto, in questi giorni, le ordinanze del gip milanese Clementina Forleo, con cui si chiede l’utilizzo, come prova, delle oltre sessanta intercettazioni telefoniche dell’affare Unipol-BNL in cui compaiono sei parlamentari: tre di FI e tre dei DS (una perfetta par-condicio). Fassino, D’Alema e Latorre sono, ovviamente, i nomi che hanno fatto più scalpore. Gli incartamenti, ora, sono al vaglio della Giunta Parlamentare, ma è quasi certo che ogni decisione sarà rinviata a Settembre. Ed è altrettanto certo (almeno a leggere le ultime dichiarazioni) che quelli di FI voteranno contro mentre i DS non si opporranno alla concessione dell’autorizzazione a procedere.
Sull’affaire, oramai, ogni giorno se ne sente una nuova. Financo il Presidente Napolitano ha voluto dire la sua ed ha preso posizione sulla vicenda: ha tirato fuori lo scudo e il randello e, nella veste di Presidente del Consiglio superiore della magistratura, ha richiamato i giudici alla massima riservatezza: i giudici, ha detto il capo dello stato, debbono attenersi «alla massima riservatezza» ed evitare di «inserire negli atti processuali valutazioni non pertinenti», le quali poi «vengono esasperate dai media». S’è trattato di un intervento formale che, nei fatti però, sostiene i dubbi e l’iniziativa prontamente annunciata da Clemente Mastella.
Dunque, nella richiesta al Parlamento di rendere utilizzabili le intercettazioni (chi desidera farsi un’idea trova qui l’ordinanza del gip sul caso Antonveneta e qui l’ordinanza su Bnl e Rcs) intercorse tra Consorte (Unipol) e gli esponenti dei DS , il giudice di Milano avrebbe (il condizionale è d’obbligo) utilizzato un eccesso di potere: doveva soltanto illustrare al Parlamento le ragioni che, a suo giudizio, rendono necessario utilizzare nel processo delle fallite “scalate” le registrazioni di quei colloqui. Il fatto però che è che la gip Forleo ha già pronunciato il suo pensiero e le sue intenzioni: a suo dire i politici non sarebbero stati semplici spettatori o tifosi delle scalate, non si sarebbero limitati a dire, con l’entusiasmo del neofita, «abbiamo una banca» oppure «Consorte facci sognare» ma, informati puntualmente dei fatti e delle alleanze tra gli scalatori, avrebbero dato loro una mano; in altri termini sarebbero stati loro complici suscettibili, secondo il magistrato, di essere incriminati, addirittura, per inside trading, aggiotagio e concerto (che consiste nel reato di rastrellare sul mercato pacchetti di azioni della società che s’intende scalare, avendo superato già la soglia del 30% oltre la quale scatta l’obbligo dell’OPA). Nei prossimi giorni si vedrà quale direzione prenderanno gli organi di disciplina della magistratura, quale giudizio dei passi della Forleo prevarrà tra i giuristi: esiste una macchina procedurale che vaglierà il rispetto o il dispetto delle regole.
Al di la degli aspetti tecnici della faccenda e, andando oltre l’esito dei giuristi, appare burlesco (se non tragico) soffocare l’intera storia in una esclusiva e sterile questione tecnico-giuridica anche se, per carità, rilevante perché agisce sulla sfera delle garanzie processuali. In queste ore si ascoltano (dai soliti tuttologhi) formule troppo confuse. La macchina della giustizia farà la sua strada, ma l’affare – ed è bene ricordarlo a tutti, tuttologhi compresi – è anche politico. La strategia del ceto politico di fare spallucce dinanzi a legami a dir poco imbarazzanti e obliqui – si vedrà con o senza rilievo penale – è debole. Qui a leggere le pagine dei quotidiani – ed è questa l’idea che mi sono fatto – la storia che ne viene fuori è che c’è la ragionevole certezza che la politica abbia giocato in proprio la partita, in più cercando d’influenzare, con il suo peso istituzionale, uno degli arbitri (il governatore). E’ chiaro che questa non può essere la funzione della politica. La politica legifera, seleziona opzioni, opta di percorrere strade che possano modernizzare il Paese e renderlo capace di affrontare le sfide del futuro. A destra come a sinistra sembrano, invece, non voler prendere atto che una politica che, contemporaneamente, gioca, fa l’arbitro e legifera è una cattiva politica. Una politica che scredita se stessa. Questo intrigo che vede protagonisti intorno ad uno stesso tavolo Berlusconi e Prodi, D’Alema e Gianni Letta con un poco nobile e poco raccomandabile codazzo di banchieri, governatori faziosi e furbetti del quartiere vari, racconta, semplicemente, quel divario che esiste tra gli accordi (quelli veri) di corridoio e i contrasti (quelli falsi) in pubblico. Fotografa, con una lucidità assoluta, quell’interregno in cui ci sono richieste sottobanco e in cui si chiedono piaceri incrociati mostrando (e dimostrando) quanta opacità avvolge la vita politica italiana. Ed è una realtà, quella fotografata, che, purtroppo, non fa bene né al Paese né allo Stato di Diritto.

[tags]Clementina Forleo, scalate, Democratici di Sinistra, Forza Italia, Berlusconi, D’Alema, Fassino, Prodi, Latorre, Fazio, Bnl, Unipol, Rcs, autorizzazione a procedere, politica, la casta[/tags]

le strategie di Fausto…

bertinotti.jpgAlla domanda su cosa pensasse sul compromesso delle pensioni, Fausto Bertinotti rispose che si sarebbe sentito di vivere in una democrazia più arricchita «se su una questione che riguarda la vita dei lavoratori, i lavoratori stessi venissero chiamati a pronunciarsi su una proposta di accordo di legge». Nella bocca del presidente della Camera tenuto, per ragioni istituzionali, al più stretto riserbo questa dichiarazione era la più alta critica possibile. Non potendo dire altro fu Franco Giordano che prese la parola. Ancora scosso dallo schiaffo subito, il segretario di Rifondazione mantenne alti i toni bellicosi, rilanciò sulla legge 30 e disse che la battaglia non sarebbe finita (ma si vedeva chiaramente che non ci credeva nemmeno lui).
Il Governo, in tutta risposta, nei giorni scorsi, ha presentato un altro pacchetto sulla riforma del Welfare e sul mercato del lavoro che contiene, in soldoni, due novità: la legge 30 non viene, significativamente modificata e, inoltre, il testo del governo viene definito, dal ministro Damiano, non negoziabile.
Rifondazione, a conti fatti, sta intascando la peggiore sconfitta della sua storia recente: mancano solo la TAV e Vicenza e poi, effettivamente, la frittata sembrerebbe completata. Tant’è che un paio di giorni fa, Liberazione si chiedeva, in prima pagina, se il programma dell’Unione valesse ancora qualcosa o se fosse solo cartastraccia.
L’identità dell’elettorato di Rifondazione è stata, indiscutibilmente, violata e, molto probabilmente, in autunno gli iscritti al partito decideranno, con un referendum, se non sia venuto il momento di uscire da questo Governo. Ma il problema, a mio avviso, è più ampio e, in qualche modo, più alto: la strategia di Bertinotti è stata una strategia fatta a moduli (come quella dei missili spaziali): stare nel Governo per contrastare i cedimenti moderati e neoliberisti, proporre le svolte opportune e, per finire, utilizzare il prestigio delle istituzioni per favorire la nascita in Italia e in Europa di un polo di sinistra alternativo al riformismo social-democratico e vicino ai movimenti contro la globalizzazione. Dunque non si trattava solo, banalmente, di essere un partito di lotta e di governo, ma anche partito che si distrugge per rigenerarsi in un nuovo soggetto politico. Quello di Bertinotti era (ed è ) un programma (ambizioso) senza alcun riscontro in Europa, dove la sinistra estrema Francese è ancora sotto shock per la vittoria di Nicolas Sarkozy e quella tedesca è la sola che sembra guadagnare consensi stando, come da manuale, all’opposizione e sfruttando le difficoltà della social-democrazia nel governo della grande coalizione. Alla stretta dei fatti Bertinotti ha molto poco in mano, nemmeno quell’alleanza con i produttori che, chissà perchè, è il sogno continuo di certa sinistra. Ha aperto a Marchionne che però non può essere Agnelli, così come i metalmeccanici comaschi non possono essere quelli della FLM degli anni ‘70.
L’Italia ha bisogno di una sinistra (anche radicale ed estrema) che concorra a definire nuovi patti sociali, ma ha bisogno soprattutto di una sinistra capace di aggiornarsi e rinnovarsi: un suo fallimento non sarebbe una buona cosa per nessuno.

[tags]Bertinotti, Sinistra, Rifondazione Comunista, Unione, Programma, Liberazione[/tags]

I roghi Italiani…

peschici.JPGOgni anno è la stessa storia: appena arriva il caldo, in Italia scoppiano gli incendi. E mentre l’Italia brucia, i giornali ci chiedono d’inviare le nostre foto (ma anche i video, chiaramente) alle redazioni online e continuano a chiamare i criminali, responsabili di questi incendi, “piromani” (come a voler definire cleptomane chi rapina le banche). È una continua istigazione all’imbecillità. Ma non è tutta colpa dei giornali. Il WWF ci informa che, stranamente, sono le oasi naturali ad essere più colpite (in tre settimane sono state distrutte 4.500 ettari di aree protette) eppure continua a pubblicizzare, sul suo sito, una serie di raccomandazioni che il cittadino comune dovrebbe rispettare quasi come se la responsabilità degli incendi fosse da imputare tutta al turista distratto che getta una sigaretta nel bosco (accidere ex una scintilla incendia passim).
Perché bruciano i parchi? Sicuramente non per autocombustione. I parchi bruciano perché da parchi protetti non servono a nessuno, se non ai pochi amanti della natura. Eliminati i fastidiosi alberi, anche nei parchi si potrà gettare cemento, o costruire centrali, inceneritori, o scavare discariche senza che la gente s’indigni: «il rogo del Gargano – denuncia il WWF – è un disastro annunciato. La penisola pugliese sta subendo un’aggressione cementizia senza interruzione che non va considerata avulsa dagli eventi drammatici di questi giorni. E’ noto che il fuoco, quasi sempre, serve a sgomberare il campo da alberi, o altri fastidiosi impedimenti naturali, a vantaggio di nuovi alberghi, ville o pascoli». È vero che la legge (n. 353 del 2000, art. 10) ) prevede che i terreni bruciati da un incendio non possano avere una destinazione diversa da quella precedente ma è anche vero che questo divieto è valido solo se la zona è stata censita come “percorsa dal fuoco” nel catasto comunale. Purtroppo, secondo uno studio fatto da Legambiente e dalla Protezione Civile, solo il 24% dei comuni italiani «realizza il catasto delle aree percorse dal fuoco». Il che significa che per il restante 76% dei comuni il deterrente dell’inutilizzabilità del terreno è un’arma inefficace.
Vogliamo davvero salvare il paese dal fuoco? Bene, che si indaghi su chi da quel fuoco si arricchirà o, comunque, su chi, pur avendo gli strumenti per farlo, non mette in atto serie politiche anti-incendio. Altro che demonizzare (o comunque cercare di sensibilizzare) chi lascia cadere le cicche di sigarette a terra…

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La provocazione di Pannella…

pannella.jpgIn principio sembrava che alle primarie dovesse concorrere solo Veltroni. Poi ci furono le (timide) candidature di Furio Colombo e di Rosy Bindi (e, di seguito, ci fu il caos). Il profilo politico di entrambi i candidati, in un certo senso, faceva comodo al sindaco di Roma: l’anti-berlusconismo intransigente dell’ex direttore dell’Unità e la passione cattolico-sociale della Bindi avevano il vantaggio di mettere ancora di più in luce la ragionevolezza e l’equilibrio (cerchiobottista) di Veltroni, soprattutto nel momento in cui Walter attuava la sua strategia “centrista” volta a sedurre anche una parte dell’elettorato della CdL. In questo caso la sfida con personaggi “di sinistra” avvantaggiava molto Walter in termini politici: lui, indiscutibilmente, era quello che, col suo linguaggio pacato, rispetto agli altri, riusciva simpatico anche a chi aveva votato a destra.
La candidatura (annunciata ieri) di Enrico Letta ha cambiato le carte in tavola. Letta, infatti, oltre ad essere, realmente, un volto nuovo della politica, è un sincero riformatore (così come lo è Bersani che, però, ha rifiutato di correre alle primarie) ed è, soprattutto, uno che parla di cose concrete rivolgendosi anche alla platea del Nord, cioè a quella parte del Paese che ha vigorosamente schiaffeggiato, nelle ultime consultazioni elettorali, la politica di questo Governo. Quello di Letta è un profilo politico credibile e Veltroni lo sa bene (e non dovrà sottovalutarlo), tant’è che proprio ieri, mentre il nuovo candidato dava l’annuncio della sua discesa in campo, il sindaco di Roma era a Milano a proporre le sue riforme e le sue ricette per liberare questo Governo dall’immobilità politica che lo caratterizza.
Ma non solo Letta insidia Walter.
La candidatura di Pannella, infatti, sarà anche una “provocazione” ma è soprattutto una trappola politica. Pannella vuole dimostrare che il Pd è un mondo ermeticamente chiuso, figlio (legittimo) di una politica che applica la vecchia logica partitica. Il fatto stesso che si sono subito alzate le barricate (burocratiche) contro la candidatura del vecchio leader Radicale dimostra, inequivocabilmente, la veridicità del “teorema di Pannella“; negargli la candidatura è stata una scelta politica che sa di apparato. È stato, a mio avviso, un grosso errore politico: ad una provocazione non è possibile rispondere né con ironia né con argomentazioni formali. Occorre stare al gioco e aprire le porte al nuovo candidato; e sfidarlo. Sarebbe stato (e non è detto che non lo sia) un forte segnale di rinnovamento e di apertura che, sicuramente, non avrebbe fatto male (soprattutto) all’immagine del nuovo soggetto politico che rischia, altrimenti, di nascere già vecchio.

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Gli eroi extracomunitari…

E’ accaduto a Jesolo: un bosniaco di 31 anni, Dragan Cigan, muratore in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno, è morto in acqua, risucchiato dalla corrente alla foce del Piave, dopo aver salvato due fratelli di Treviso di 7 e 10 anni.
Ad aiutarlo c’era un altro immigrato: un marocchino che, per fortuna, è riuscito a salvarsi. I genitori dei due bambini salvati se ne sono andati (forse avranno anche aspettato un pochino prima di andarsene) senza ringraziare il marocchino e senza dire una parola di conforto ai parenti di Dragan, che in Bosnia ha moglie e due figli di 4 e 9 anni.
Perché Dragan lo ha fatto? Penso, innanzitutto, per istinto e forse anche, irrazionalmente, per farsi accettare col suo gesto nel Paese dove, onestamente, lavorava e pagava le tasse. Quello stesso Paese in cui un ex sindaco leghista (oggi presidente del Consiglio comunale di Treviso), il tristemente famoso Gentilini (lo “sceriffo” di Treviso), predicava la superiorità della “razza Piave” e chiedeva di sparare agli extracomunitari «come ai leprotti» per far allenare i cacciatori padani…

[tags]Dragan Cigan, Treviso, Jesolo, razzismo[/tags]

la mia Africa…

logo_rainet.jpgLeggo dal blog di Sofri che quelli di Rainet hanno rimosso da YouTube il video di Veltroni in cui il candidato favorito alla guida del Pd dice, intervistato da Fazio a Che tempo che fa, di volersene andare in Africa appena gli sarebbe scaduto il mandato da sindaco di Roma. Nel comunicato stampa quelli di RaiNet spiegano che non si è trattata di «censura “mirata”» ma di semplice opera di “bonifica” «per ridurre il più possibile i video pubblicati su YouTube in violazione delle vigenti leggi sul copyright».
Sempre quelli di RaiNet assicurano che «chiunque lo desideri può [...] visionare l’intervista dal portale rai.it sul sito chetempochefa.rai.it, che è sempre stata on line». Peccato, però, che non c’è alcun link diretto al filmato: essere online ed essere difficili da (ri)trovare non è proprio il massimo.
Siccome il processo di ricerca è assai laborioso e, certamente, poco agevole eccovi il link diretto alla video-intervista: melius abundare quam deficere.
È che a furia di “bonificare” quei solerti lavoratori della Rai hanno prosciugato anche il link dal comunicato…

[tags]RaiNet, Walter Veltroni, Che Tempo Che fa, Africa, YouTube, Rai, Copyright, censura[/tags]

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