Archivio per Aprile 2007

Chiare, fresche e… poche acque!

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Finalmente è emergenza siccità! Non che io ne sia contento, si badi, semplicemente mi chiedevo se (e quando) se ne sarebbero accorti tutti.
Sarà che vengo dal sud e conosco, fin troppo bene, il deserto dei campi e la brutta sensazione di ritrovarsi davanti ad un rubinetto dal quale non esce l’acqua ma solo borbottii di aria; sarà che spesso, da bambino, vedevo mia madre che riempiva la vasca perchè l’avevano avvisata che sarebbe mancata l’acqua per qualche giorno. Senza mai aver dovuto monitorare il livello del Po, credo che chiunque abiti alle mie latitudini abbia, da sempre, convissuto con questo annoso problema e si sia, da sempre, reso conto di quanta poca acqua ci sia a disposizione di tutti.
Finalmente, quindi, è emergenza. Ma non vorrei ( illuso ) che si ricorresse alla solita toppa mal cucita per riparare questo disastro: fino a quando non si vorrà davvero affrontare l’emergenza ambientale in modo globale, faremo finta di curare il malato con le solite cure paliative. Purtroppo da quello che sento e vedo in giro, pare che la strada che si sta percorrendo sia, ancora una volta, abbastanza improvvisata se non, in alcuni tratti, del tutto inopportuna: l’unica via di salvezza, infatti, pare sia quella di fare ricorso alla (buona) volontà del singolo, alla singola coscienza civile, fingendo di scordare che la coscienza non è patrimonio di tutti, ma ancora e solo di alcuni.
Così (pur sapendo che c’è qualcuno che si sollazza, in mezzo alle sue bollicine, dentro cinquecento litri di acqua, nella sua Jacuzzi) mi capita di sentirmi in colpa per aver indugiato troppo sotto la doccia, oppure per aver tirato troppe volte lo sciacquone o anche per essermi lavato i denti e non aver chiuso il rubinetto. Per carità, è giusto che ciascuno di noi limiti gli sprechi però, dati alla mano, mi chiedo come mai si è pensato (attraverso le campagne di sensibilizzazione) di incidere sul 18% dei consumi di acqua (quelli attribuibili, in Italia, alle forniture civile/domestico secondo i dati Ocse 2002) e non – e questo si che è un vero problema – cercando di ammodernare la rete di distribuzione dell’acqua per limitarne gli sprechi? in alcuni Ambiti Territoriali Ottimali (le cosiddette ATO) le perdite di carico sono superiori al 55% (una perdita fisiologica è intorno ai 7/15%!). Caso limite -lo segnala il dossier acque del WWF del 2007- è l’ATO di Avezzano in Abruzzo dove le perdite ufficiali sono pari al 77% dell’acqua immessa nelle reti: introduci 100 litri nella rete e ne arrivano, al consumatore, solo 23 litri: incredibile! Se questi dati fossero quelli della rete del gas dovremmo tutti affidarci alla pietas di Santa Barbara per non saltare in aria. Metti poi che nessuno chiude i circa (stima in difetto) 1,5 milioni di pozzi artesiani illegali e che non si spingono (anche con incentivi, perché no) gli agricoltori ad ammodernare le loro vetuste strutture che causano perdite (in efficienza) incalcolabili e si capisce perchè, appena non piove, tutti iniziano a gridare all’emergenza idrica. É tempo che la politica – con le sue scelte operate alla luce e sulla base di una visione coerente e globale del vivere insieme e dell’interesse collettivo – riprenda il primato sull’arroganza dei poteri forti, sulla miopia degli interessi settoriali e corporativi. Ma questa, purtroppo, è utopia… e l’utopia, ahime, non disseta nessuno.

[tags]Acqua, emergenza idrica, siccità[/tags]

Cogne show…

cogne03g.jpgIeri sera, dopo dieci ore di camera di consiglio e ventitre udienze, è terminato il processo d’appello per l’omicidio di Samuele Lorenzi, il bambino di Cogne, ucciso il 30 gennaio 2002. La corte ha deciso. La sentenza è stata letta, i giudici hanno espresso il loro parere. Sedici anni di carcere per la mamma di Samuele, Annamaria Franzoni, tanti dubbi e un’unica certezza: la Franzoni non metterà mai piede in carcere. Una vicenda assurda e, per certi versi, grottesca.
È chiaro che, con la la sentenza di ieri, è stata messa la parola fine su una vicenda che finita non è. Nei prossimi giorni assisteremo, ne sono certo, allo scontro epico tra colpevolisti e innocentisti che, a suon di comparsate, nei salotti di Enrico e Bruno, sviscereranno ogni atteggiamento, ogni dichiarazione, qualsiasi comportamento della Franzoni. Tutti avranno la possibilità di dire qualsiasi cosa.
Che cosa dire? C’è altro che ancora non è stato detto? Non so. Quello che a me ha fatto più male, di tutta questa faccenda, è stata l’esposizione mediatica di un dramma; la banalizzazione del male avvenuta sotto i riflettori della televisione.
Un bambino è stato massacrato, una mamma era imputata come unica colpevole, e c’era chi si alzava alle 3 di mattina per andare a prendere il bigliettino d’ingresso ed assicurarsi un posto in prima fila solo per dire -magari dal parucchiere, tra uno shampoo e una messimpiega – “io c’ero”!
Tutto questo mi fa schifo.
Il circo leva le tende. La donna cannone, lanciata oltre il telone, è sparita. Gli elefanti e gli orsi ammaestrati sono stati caricati nelle loro gabbie. Le luci si spengono, la gente scema e sul pavimento rimangono solo contenitori vuoti di bibite e pop corn consumati, calpestati e gettati via da parecchio tempo. La festa è finita. Rimane, in bocca, l’amarezza di non aver potuto vedere di più e, soprattutto, di non aver potuto, tutti, rubare il naso rosso del pagliaccio per il solo piacere di poter dire: “Io ce l’ho!”.

[tags]Franzoni, Cogne, televisione, processo, Samuele, Lorenzi[/tags]

la bestemmia di Bertinotti…

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La notizia è di ieri: il presidente della Camera (la terza carica istituzionale del nostro paese) interviene come avversario politico esplicito (e già questo, di per se, sarebbe una cosa grave) di un’iniziativa politica, quella referendaria. Non solo: le dichiarazioni del presidente Bertinotti sono ancora più gravi perché tese a contrastare l’istituto del referendum stesso. Il referendum sulla legge elettorale, ha dichiarato Bertinotti, «rende un cattivo servizio alla democrazia. Una buona democrazia si basa sulle istituzioni e sugli strumenti di partecipazione democratica come i partiti. Il referendum mette in discussione queste due realtà».
A queste dichiarazioni bene avrebbero fatto il presidente della Repubblica e quello del Senato a denunciare il comportamento anticostituzionale ed eversivo del compagno Bertinotti. Invece sia Napolitano che Marini sono rimasti muti nei loro palazzi.
A rimproverare il presidente della Camera c’ha pensato, invece, ieri sera, da Vespa, l’on. Fini che, giustamente, ha detto: «bisogna che qualcuno gli ricordi (a Bertinotti, ndr) che non è più il presidente di un partito ma il presidente della Camera, la terza carica istituzionale».
Sinceramente, stamani, m’aspettavo anche qualche dichiarazione di Pannella (che -com’è noto- della legalità costituzionale ha fatto la bussola della sua vita politica) ma il leader storico radicale, evidentemente, non ha trovato né modo né tempo di fiatare sull’accaduto. Peccato!

[tags]Bertinotti, referendum, Fini, politica, Pannella[/tags]

Cho Seung-Hui, stereotipo di morte…

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È appena trascorsa una settimana da quando Cho Seung-Hui entrò, armato di due pistole, in un dormitorio della facoltà di ingegneria del Virginia Tech e uccise compagni e docenti.
Oggi – leggo dai giornali – nel campus di Blacksburg, le lezioni sono riprese: si cerca di ritornare alla normalità dopo che si è consumato un atto così drammatico e cruento ( oltre che assurdo ).
Guardavo, su YouTube, il video che Cho aveva mandato alla NBC prima di compiere il gesto folle: un filmato autoprodotto in cui il ragazzo coreano dichiarava, apertamente, il suo delirio, lucido e carico di odio (dice di essere Gesù Cristo e quei 33 morti ammazzati sono anch’essi pregni di un macabro simbolismo su cui varrebbe la pena riflettere). Insieme al video c’erano anche delle foto in cui Cho ha rappresentato se stesso in varie pose, tutte riprese da fotogrammi di film famosi o, comunque, da simboli violenti del nostro tempo: quando minaccia con la pistola l’obiettivo della camera imita De Niro in Taxi Driver, mentre, quando si punta la pistola alla tempia, è ancora De Niro né Il Cacciatore . In un’altra foto imita Lara Croft di Tomb Rider mentre il suo giubbotto assomiglia a quello imbottito di esplosivo di Al Zarqawi.
La mente delirante di Cho ha creato una galleria di personaggi selezionati, tutti pronti ad uccidere. Il suo intento era quello di divenire egli stesso un’icona violenta da inserire, a pieno titolo, in quella galleria di personaggi violenti.
Alle 9:45, all’ora esatta in cui nelle aule della Norris Hall si consumò il delirio di Cho, stamani, il politecnico si è fermato per un minuto di silenzio; poi 32 rintocchi di campane e 32 palloncini bianchi hanno ricordato le vittime di Cho. Non c’è stata, invece, alcuna commemorazione ufficiale per la trentatreesima vittima: questo moderno “anti-eroe” che, con il suo gesto insensato, ha scagliato la sua ira contro degli innocenti suoi coetanei.
Quanto è accaduto nel Virginia Tech è rappresentativo di un rapporto ambiguo e contingente tra realtà e rappresentazione che, purtroppo, l’umanità sta seguendo in un percorso perverso e delirante: compiere opere delittuose e avere il sottile piacere di mostrare a tutti il proprio crimine.
A tutti i ragazzi del Virginia Tech va il mio pensiero e le mie più sentite condoglianze.

[tags]Cho Seung-Hui, Virginia Tech, delirio, YouTube, immagini[/tags]

…comunicazione di servizio

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Ho deciso di aprire, su questo blog, una sezione dedicata a Ubuntu: un semplice archivio dove, di volta in volta, segnalerò le varie configurazioni, le prove e programmi che userò su questa disto. Se v’interessa (ma anche solo per darci un’occhiata di sfuggita) vi invito a fare una passeggiatina sulla pagina: mi piacerebbe leggere qualche vostro commento a riguardo.
Grazie.

[tags]Ubuntu, Howto[/tags]

l’affaire Telecom…

… e anche l’americana AT&T è scappata via. La politica italiana è riuscita a spaventare, dopo la spagnola Telefonica, anche il colosso americano delle telecomunicazioni. «Siamo un Paese – notava Nicola Porro su “Il Giornale” – in cui il governo si loda della liberalizzazione delle aspirine, ma non perde occasione per chiudere il mercato dei capitali[...]. E con questo stile untuoso: mezze frasi, comparsate televisive che evocano normative di urgenza e cambio delle regole in corso di partita».
Critiche pungenti sono arrivate anche dall’ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli, che ha fatto notare come «il livello di investimenti americani in Italia è basso rispetto a Germania, Francia e Spagna. Ciò è dovuto a diversi motivi, uno dei quali è non capire esattamente se le regole siano uguali per tutti». Come dargli torto? «Il cambiamento delle regole – gli fa eco Montezemolo sul Corriere – o meglio le regole poco chiare, ancor di più cambiate in corsa, portano inesorabilmente alla perdita di credibilità e a una ulteriore riduzione delle possibilità di investimenti stranieri in Italia che non sono mai stati così basse come oggi». E, in effetti, con questa brillante operazione il nostro Governo è riuscito a diffondere sulle pagine di tutti i giornali del mondo l’immagine di un’Italia inaffidabile; un’Italia dove la politica si fa gioco delle regole del mercato e, in modo autolesionistico, invece di attrarre capitali li respinge a danno della sua stessa economia.
Ci sono state, a leggere i giornali, dichiarazioni da parte del Governo a dir poco imbarazzanti sull’affaire Telecom. Non solo. Il quadro generale è reso ancora più preoccupante da un’opposizione quasi apatica che non riesce ad emettere nemmeno un gridolino, un gemito, un rantolo di dolore di fronte a quello che sta accadendo. Il tutto per il semplice motivo che Berlusconi è interessato ad entrare in Telecom. E lo è da sempre.
Colaninno (ancora lui, il «capitano coraggioso di D’Alema» ) è tentato di rientrare in Telecom, in pompa magna, come (udite, udite) Salvatore della Partia dopo essere stato costretto a scappare dalla finestra (con le tasche belle piene). L’idea -lanciata, incredibile a dirsi, dall’Unità- sarebbe quella di creare un asse con Mediaset (che potrebbe entrare in Telecom con una quota minoritaria grazie, manco a dirlo, alla legge Gasparri) con la benedizione di Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Capitalia. In pratica a spartirsi il bottino ci sarebbero tutti: Prodi, Berlusconi e D’Alema… un bell’accordo bipartisan, non c’è che dire!
Nei fatti è proprio questo il nocciolo della questione. Alla politica italiana interessa che Telecom resti italiana perchè se così non fosse – dice bene Sergio Romano – «si ridurrebbe drasticamente lo spazio per i salvataggi, la cassa integrazione, i pensionamenti anticipati, i tavoli sindacali con la partecipazione del governo. Le grandi aziende devono restare italiane perché con gli italiani si tratta e, prima o dopo, ci si mette d’accordo. Con gli altri è più difficile». Un efficace ammortizzatore sociale: ecco cos’è Telecom per la politica italiana: al di là dei falsi insulti che quotidianamente vengono lanciati da entrambe le parti della barricata, si sta preparando una grande coalizione politico-finanziaria (l’inciucio) che serve a tutti per esercitare e garantire il potere politico conquistato. Tutti hanno interesse a che le proprie banche mettano le mani su Telecom perchè questa è in grado di generare un’imponente liquidità che, per le campagne elettorali (e non solo), è essenziale. Il bottino è ghiotto e poco importa se a guidare questo colosso siano i soliti capitalisti senza capitali nostrani: il prelibato boccone, costi quel che costi, va preservato e spartito, accuratamente, con gli amici: il cibo italiano, lo sanno tutti, è meglio!

[tags]inciucio, Berlusconi, Prodi, D’Alema, Telecom[/tags]

Signora, sono a sua completa disposizione, corpo, anima e frattaglie…

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Quarant’anni fa, in questo giorno, alle 3:30 del mattino, nella sua casa ai Parioli, moriva, stroncato da una serie improvvisa di tre infarti, Antonio Griffo Focas Flavio Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio in arte Totò: attore, compositore e poeta è considerato uno dei più grandi personaggi dello spettacolo nella storia del cinema italiano.
Lo ammetto, sono un fanatico di Totò e non mi stanco mai di rivedere i suoi film, anche se li conosco a memoria. Guardare un film di Totò è come bearsi, ogni sera, del tramonto: anche se sai già come va a finire non ti stanchi affatto di ammirarlo. I film di Totò, pur non essendo tutti dei capolavori, sono delle pillole d’allegria: la sua comicità è esuberante, sovrabbondante, ricca di “perdinci, anzi perbacco” che lui, a volte, pronuncia in maniera spropositata e per questo, ancor di più, eternamente divertenti. Totò rimane un partenopeo marginale sulla cui animalità ridiamo senza ritegno perché ci sentiamo superiori a lui: la sua tecnica è istintiva e sapiente ed è fatta di mimica, di tic e di battute facili e dirette che vengono inserite in un’economia della dismisura, dell’esubero e della forzata ridondanza. Ed è proprio questa sua esuberanza che lo rende rivedibile praticamente all’infinito: la comicità naturale del principe De Curtis va consumata con ingordigia perchè, a differenza della grande opera d’arte – di cui ricordiamo lo schema, i passi salienti, l’atmosfera- non si purifica né si sedimenta nella memoria in quanto -volutamente- senza schema: si rinnova di volta in volta mettendosi costantemente in gioco in un’armonia di nervi e trippa. E così avviene che la sublime scena del vagone letto in Totò a colori (che, leggenda vuole, sia stata del tutto improvvisata) potrebbe essere inserita -con successo- in qualunque film di Totò: non c’è “corpo” tra gag e resto dell’opera, non c’è, come ad esempio nei film di Chaplin, la coerenza testuale: ogni opera di Totò può essere sezionata, decontestualizzata (e, proprio stamani, un’operazione del genere l’ha fatta Beppe Grillo con questo post), rimontata in un’infinità di modi diversi: la risata arriva sempre. Totò resta un insuperabile fenomeno di comicità istintiva, un fatto della natura, come un uragano o una bella giornata di sole. In un’intervista, parlando di se e della sua arte, ebbe a dire:

«Sono ormai all’età in cui si tirano le somme, e io non ho fatto ancora nulla, sarei potuto diventare un grande attore, e invece su 100 e più film che ho girato, ne sono degni non più di cinque, ma anche fossi diventato un grande attore cosa sarebbe cambiato, noi attori siamo solo venditori di chiacchiere, un falegname vale certo più di noi, almeno il tavolino che fabbrica, resta nel tempo, dopo di lui, noi attori se abbiamo successo, duriamo massimo una generazione.»

… evidentemente, nel suo caso, si sbagliava. “È la somma -come lui amava ripetere- che fa il totale”!

[tags]Totò, film, ricordo[/tags]

…ciascuno si comporti secondo ciò che gli dice la sua coscienza.

In segno di protesta, per la presenza allo Yad Vashem (il museo dell’Olocausto a Gerusalemme) di una foto di Pio XII a cui la didascalia attribuisce un comportamento “ambiguo” nei confronti della Shoah, il nunzio apostolico a Gerusalemme, monsignor Antonio Franco, non parteciperà alle cerimonie del “Giorno della Rimembranza” del prossimo 15 aprile.
A partire dal 2006 c’è stato – stando a quanto riportano i giornali – tra la Santa Sede e i responsabili del museo un carteggio per la richiesta di modificare la didascalia incriminata: il precedente nunzio, infatti, ne aveva richiesto una modifica, mentre, dal canto loro, i responsabili dello Yad Vashem avevano risposto, prontamente, che avrebbero provveduto a cambiare la didascalia se il Vaticano avesse messo a disposizione dei ricercatori del museo il materiale contenuto negli archivi segreti del Vaticano al fine di esaminare la condotta del pontefice durante l’Olocausto. Chiaramente gli archivi segreti sono rimasti tali e la didascalia non è stata cambiata.
Pare quindi che sia bastata una semplice didascalia, non un libro, per innescare questo comportamento stizzoso e permaloso da parte del Vaticano che, non offrendo, di fatto, la possibilità di uno studio critico sul presunto “colpevole silenzio“, pretende di dettare a suo piacimento le ricostruzioni storiche.
“Mi fa male andare allo Yad Vashem e vedere Pio XII così presentato – ha detto monsignor Antonio Franco – e questo ho fatto presente nella lettera. Certamente il Papa non può essere messo in mezzo a uomini che dovrebbero vergognarsi per quanto compiuto contro gli ebrei. Pio XII non dovrebbe vergognarsi per tutto quello che ha fatto per la salvezza degli ebrei, messo in risalto da fonti storiche”. D’altro canto però con la sua presa di posizione, per una semplice controversia di carattere storico, di fatto rinuncia a commemorare una tragedia di proporzioni immani come la Shoah. Il tutto aggravato poi dal fatto che c’è stato un rifiuto da parte della Santa Sede per permettere di constatare la verità storica e l’accertamento dei fatti.
Glaciale è stata la nota del Ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni: “La cerimonia allo Yad Vashem ha il fine di onorare la memoria delle vittime della Shoah l’evento più traumatico nella storia del popolo ebreo e tra i più traumatici nella storia dell’Umanità. Per quanto riguarda la partecipazione alla cerimonia, ciascuno si comporti secondo ciò che gli dice la sua coscienza“. Già, la coscienza… come ebbe a dire Edward Bulwer-Lytton “La coscienza è la sostanza più elastica del mondo. Oggi non riuscite a tirarla tanto da coprire uno di quei mucchietti di terra che fanno le talpe, domani copre una montagna.”

[tags]Shoa, Olocausto, Yad Vashem, Pio XII, Israele, Vaticano, Giorno della Rimembranza [/tags]

l’irresponsabile politica estera del nostro governo…

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Leggo alcuni articoli riguardanti la decapitazione, per mano talebana, del povero Adjmal Naqeshbandi, l’interprete di Mastrogiacomo, e ho la netta sensazione che un gran cumulo di merda si sta per riversare sull’Italia.
Perché, mi chiedo, il prezzo pagato per liberare Mastrogiacomo non comprendeva anche la vita del suo interprete afghano? Come mai neanche Emergency – il cui ruolo appare sempre più ambiguo dopo la pesante accusa che grava sul suo mediatore – non ha chiesto garanzie anche per la vita dell’interprete di Mastrogiacomo?
Tutta la storia che, in queste ore, si sta delineando presenta contorni cinici e fortemente irresponsabili: il Governo Prodi, per salvare se stesso (visto che il rifinanziamento della missione in Afghanistan era comunque garantito) da un difficile passaggio parlamentare ha ben pensato di scendere a patti con i rapitori -senza farsi alcuno scrupolo per le inevitabili conseguenze che tale atto avrebbe avuto- imponendo quindi un prezzo altissimo agli afghani e ai nostri alleati. «Karzai» ha oggi scritto un giornale locale «è senza dubbio riuscito a salvare il governo italiano dalla crisi, ma non è riuscito a salvare un afghano che aveva votato per lui».
Il clima ostile della stampa afghana contro il governo Karzai per quello che è accaduto è forte al punto che molti giornali hanno chiesto di giustiziare i prigionieri talebani tenuti nelle carceri come rappresaglia. Su chi ricadrebbe l’enorme responsabilità morale se il governo afghano fosse costretto a mettere in atto queste richieste? Quali tragiche conseguenze per gli altri prigionieri (un’altra decina di afghani, e due francesi sono finiti nelle mani dei tagliatori di teste da quando Mastrogiacomo è stato liberato) queste dichiarazioni potranno avere?
Con quest’azione irresponsabile e opportunistica del nostro Governo si è riusciti ad indebolire il governo legittimo di Karzai – eletto democraticamente e sostenuto dalle Nazioni Unite – come nessuno mai aveva fatto finora. Non ci resta che vergognarci…

[tags]Afghanistan, Mastrogiacomo, Adjmal Naqeshbandi, emergency, Gino Strada, Prodi, Karzai, Taleban[/tags]

la morte di Matteo…

L’altro giorno la notizia della morte di Matteo mi ha messo addosso un’ondata di tristezza infinita. Cosa passi nella mente di un ragazzo da spingerlo al suicidio è cosa difficilissima da immaginare.
Per il cinico “gioco” degli altri un ragazzo, lentamente, giorno per giorno, s’è lasciato morire: ciò che per gli altri era una semplice battutina, tanto per farsi due risate insieme al gruppo, per Matteo era una stilettata dolorosa che apriva una ferita nell’anima che proprio non si riusciva a rimarginare. Bullismo? Forse, ma a quell’età si è spietati e cinici. E’ facile, soprattutto se si è tra amici, di andarci giù un po’ pesante ( a chi non è capitato? ) per il solo gusto di strappare una risata al gruppetto. L’incubo di Matteo erano proprio quelle risatine, quelle allusioni (chissà fino a che punto tali), quel senso di emarginazione che, come una pena (la peggiore delle pene) pesava sul suo capo, ogni giorno.
I compagni di scuola non hanno avuto il senso della misura. Non si sono accorti che era tempo di fermarsi. E a volte è difficile rendersi conto di quanto si possa far male, anche con le sole parole, con i gesti, con i comportamenti, con le allusioni. Spero solo – per loro – che riescano, almeno adesso, a provare un po’ di rimorso, a riflettere sull’accaduto. Quel tanto che basti per farli crescere.
Non è giusto fare della dietrologia; la preside dell’istituto di Matteo è pronta a giurare che l’operato dei suoi professori e degli psicologi della scuola è stato ineccepibile: le volgiamo credere anche se sarebbe giusto – spogliandoci delle nostre certezze – provare ad interrogarci, tutti, se non sia il caso di rivedere alcuni schemi educativi, alcune incombenze formali ed ottuse che trasformano un insegnante sempre più in un burocrate piuttosto che in un educatore. Davanti ad un ragazzo che si uccide perché percepiva delle ostilità discriminatorie legate alla sua sessualità, occorre interrogarsi un po’ tutti. Un po’ di più, però, dovrebbe farlo chi alimenta la paura per il “diverso”, per l’”innaturale”.
Il mio pensiero laico, in questo giorno di Pasqua, va a Matteo (a cui almeno non hanno negato, anche se omicidio confesso, le esequie in chiesa) e ai tanti cui l’adolescenza riserva un insopportabile peso – un inaudito dolore – da trascinare giorno per giorno e da cui non sempre v’è scampo.

[tags]Pasqua, Matteo, gay, scuola, diversità[/tags]

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