In principio sembrava che alle primarie dovesse concorrere solo Veltroni. Poi ci furono le (timide) candidature di Furio Colombo e di Rosy Bindi (e, di seguito, ci fu il caos). Il profilo politico di entrambi i candidati, in un certo senso, faceva comodo al sindaco di Roma: l’anti-berlusconismo intransigente dell’ex direttore dell’Unità e la passione cattolico-sociale della Bindi avevano il vantaggio di mettere ancora di più in luce la ragionevolezza e l’equilibrio (cerchiobottista) di Veltroni, soprattutto nel momento in cui Walter attuava la sua strategia “centrista” volta a sedurre anche una parte dell’elettorato della CdL. In questo caso la sfida con personaggi “di sinistra” avvantaggiava molto Walter in termini politici: lui, indiscutibilmente, era quello che, col suo linguaggio pacato, rispetto agli altri, riusciva simpatico anche a chi aveva votato a destra.
La candidatura (annunciata ieri) di Enrico Letta ha cambiato le carte in tavola. Letta, infatti, oltre ad essere, realmente, un volto nuovo della politica, è un sincero riformatore (così come lo è Bersani che, però, ha rifiutato di correre alle primarie) ed è, soprattutto, uno che parla di cose concrete rivolgendosi anche alla platea del Nord, cioè a quella parte del Paese che ha vigorosamente schiaffeggiato, nelle ultime consultazioni elettorali, la politica di questo Governo. Quello di Letta è un profilo politico credibile e Veltroni lo sa bene (e non dovrà sottovalutarlo), tant’è che proprio ieri, mentre il nuovo candidato dava l’annuncio della sua discesa in campo, il sindaco di Roma era a Milano a proporre le sue riforme e le sue ricette per liberare questo Governo dall’immobilità politica che lo caratterizza.
Ma non solo Letta insidia Walter.
La candidatura di Pannella, infatti, sarà anche una “provocazione” ma è soprattutto una trappola politica. Pannella vuole dimostrare che il Pd è un mondo ermeticamente chiuso, figlio (legittimo) di una politica che applica la vecchia logica partitica. Il fatto stesso che si sono subito alzate le barricate (burocratiche) contro la candidatura del vecchio leader Radicale dimostra, inequivocabilmente, la veridicità del “teorema di Pannella“; negargli la candidatura è stata una scelta politica che sa di apparato. È stato, a mio avviso, un grosso errore politico: ad una provocazione non è possibile rispondere né con ironia né con argomentazioni formali. Occorre stare al gioco e aprire le porte al nuovo candidato; e sfidarlo. Sarebbe stato (e non è detto che non lo sia) un forte segnale di rinnovamento e di apertura che, sicuramente, non avrebbe fatto male (soprattutto) all’immagine del nuovo soggetto politico che rischia, altrimenti, di nascere già vecchio.
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