I presidenti delle due Camere hanno ricevuto, in questi giorni, le ordinanze del gip milanese Clementina Forleo, con cui si chiede l’utilizzo, come prova, delle oltre sessanta intercettazioni telefoniche dell’affare Unipol-BNL in cui compaiono sei parlamentari: tre di FI e tre dei DS (una perfetta par-condicio). Fassino, D’Alema e Latorre sono, ovviamente, i nomi che hanno fatto più scalpore. Gli incartamenti, ora, sono al vaglio della Giunta Parlamentare, ma è quasi certo che ogni decisione sarà rinviata a Settembre. Ed è altrettanto certo (almeno a leggere le ultime dichiarazioni) che quelli di FI voteranno contro mentre i DS non si opporranno alla concessione dell’autorizzazione a procedere.
Sull’affaire, oramai, ogni giorno se ne sente una nuova. Financo il Presidente Napolitano ha voluto dire la sua ed ha preso posizione sulla vicenda: ha tirato fuori lo scudo e il randello e, nella veste di Presidente del Consiglio superiore della magistratura, ha richiamato i giudici alla massima riservatezza: i giudici, ha detto il capo dello stato, debbono attenersi «alla massima riservatezza» ed evitare di «inserire negli atti processuali valutazioni non pertinenti», le quali poi «vengono esasperate dai media». S’è trattato di un intervento formale che, nei fatti però, sostiene i dubbi e l’iniziativa prontamente annunciata da Clemente Mastella.
Dunque, nella richiesta al Parlamento di rendere utilizzabili le intercettazioni (chi desidera farsi un’idea trova qui l’ordinanza del gip sul caso Antonveneta e qui l’ordinanza su Bnl e Rcs) intercorse tra Consorte (Unipol) e gli esponenti dei DS , il giudice di Milano avrebbe (il condizionale è d’obbligo) utilizzato un eccesso di potere: doveva soltanto illustrare al Parlamento le ragioni che, a suo giudizio, rendono necessario utilizzare nel processo delle fallite “scalate” le registrazioni di quei colloqui. Il fatto però che è che la gip Forleo ha già pronunciato il suo pensiero e le sue intenzioni: a suo dire i politici non sarebbero stati semplici spettatori o tifosi delle scalate, non si sarebbero limitati a dire, con l’entusiasmo del neofita, «abbiamo una banca» oppure «Consorte facci sognare» ma, informati puntualmente dei fatti e delle alleanze tra gli scalatori, avrebbero dato loro una mano; in altri termini sarebbero stati loro complici suscettibili, secondo il magistrato, di essere incriminati, addirittura, per inside trading, aggiotagio e concerto (che consiste nel reato di rastrellare sul mercato pacchetti di azioni della società che s’intende scalare, avendo superato già la soglia del 30% oltre la quale scatta l’obbligo dell’OPA). Nei prossimi giorni si vedrà quale direzione prenderanno gli organi di disciplina della magistratura, quale giudizio dei passi della Forleo prevarrà tra i giuristi: esiste una macchina procedurale che vaglierà il rispetto o il dispetto delle regole.
Al di la degli aspetti tecnici della faccenda e, andando oltre l’esito dei giuristi, appare burlesco (se non tragico) soffocare l’intera storia in una esclusiva e sterile questione tecnico-giuridica anche se, per carità, rilevante perché agisce sulla sfera delle garanzie processuali. In queste ore si ascoltano (dai soliti tuttologhi) formule troppo confuse. La macchina della giustizia farà la sua strada, ma l’affare – ed è bene ricordarlo a tutti, tuttologhi compresi – è anche politico. La strategia del ceto politico di fare spallucce dinanzi a legami a dir poco imbarazzanti e obliqui – si vedrà con o senza rilievo penale – è debole. Qui a leggere le pagine dei quotidiani – ed è questa l’idea che mi sono fatto – la storia che ne viene fuori è che c’è la ragionevole certezza che la politica abbia giocato in proprio la partita, in più cercando d’influenzare, con il suo peso istituzionale, uno degli arbitri (il governatore). E’ chiaro che questa non può essere la funzione della politica. La politica legifera, seleziona opzioni, opta di percorrere strade che possano modernizzare il Paese e renderlo capace di affrontare le sfide del futuro. A destra come a sinistra sembrano, invece, non voler prendere atto che una politica che, contemporaneamente, gioca, fa l’arbitro e legifera è una cattiva politica. Una politica che scredita se stessa. Questo intrigo che vede protagonisti intorno ad uno stesso tavolo Berlusconi e Prodi, D’Alema e Gianni Letta con un poco nobile e poco raccomandabile codazzo di banchieri, governatori faziosi e furbetti del quartiere vari, racconta, semplicemente, quel divario che esiste tra gli accordi (quelli veri) di corridoio e i contrasti (quelli falsi) in pubblico. Fotografa, con una lucidità assoluta, quell’interregno in cui ci sono richieste sottobanco e in cui si chiedono piaceri incrociati mostrando (e dimostrando) quanta opacità avvolge la vita politica italiana. Ed è una realtà, quella fotografata, che, purtroppo, non fa bene né al Paese né allo Stato di Diritto.
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Questa non è, generalmente presa, una classe politica, seria e non fa gli interessi del paese con la stessa bravura con cui riesce a fare i propri.
Per loro il vero problema è che vi è sempre qualcuno che ascolta e ne chiede conto, pensando ancora che quanto ascoltato abbia un significato.
Non sa la povera Forleo che siamo in Italia notoriamente paese di poeti, “naviganti” e “tifosi”.
Per la poesia faccio fatica ma per i “naviganti” ed i “tifosi”(da curva)ne trovi a iosa….